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Vietnam, un alfabeto per la democrazia

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Il Vietnam non ha più dalle nostre parti l’appeal che aveva negli anni Settanta. Non si parlava d’altro allora, dalle assemblee di fabbrica alle canzoni di Morandi. Eppure oggi molti vietnamiti di seconda generazione vivono e lavorano tra noi, soprattutto in Francia (ex madrepatria) ma anche in Italia. Molti di loro sono i figli o i nipoti della buona borghesia colta delle grandi città (soprattutto Saigon) fuggiti con l’avvento del comunismo. La loro testimonianza ricorda quella degli esuli di ogni tempo, ma con un elemento in più: la gratitudine verso… un alfabeto. Di cosa parliamo? La lingua vietnamita è stata per secoli scritta con gli ideogrammi, come il cinese attuale (ogni parola un disegno). Un sistema complicatissimo, simile a quello dei geroglifici egizi. Imparare a scrivere era molto difficile: una cosa riservata per secoli ad una casta di scribi e funzionari di corte che detenevano il potere proprio perché unici a saper scrivere, e quindi leggere e studiare. Nel XVII secolo il gesuita francese Alexandre de Rhodes ha introdotto l’alfabeto latino. Due secoli dopo fu il colonialismo francese a introdurre ufficialmente l’alfabeto latino – molto più semplice da studiare per i bambini vietnamiti di tutte le classi sociali –  nel vietnamita. Questo comportò per gli esuli del dopoguerra che avevano studiato l’alfabeto latino a scuola la maggiore facilità di di emigrare in Francia e negli Usa, in molti casi facendo fortuna studiando nelle università del nostro continente. Certo, obietta qualcuno, la scomparsa degli ideogrammi coincise con la perdita di una parte della tradizione secolare vietnamita. Ma fu lo strumento di realizzazione per centinaia di migliaia di donne e uomini in cerca di una vita migliore. Un alfabeto per la libertà.

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