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Milano

La manifattura non decolla

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Mentre i consumi crescono, trainati dalle voci turismo, trasporti, comunicazioni e tecnologia, c’è un settore in crisi nera: la manifattura. La fiducia di famiglie e imprese è in crescita e autorizza Confindustria e Confcommercio a parlare di “ripresina”. Eppure l’industria manifatturiera non ha visto la luce. I dati pubblicati ieri dal centro studi Cisl sono impietosi: in 6 mesi il ricorso alla cassa integrazione è cresciuta del 38%, 42.000 lavoratori sono stati o licenziati o cassa integrati o costretti alle ferie. I fatturati, malgrado la crescita dell’export, sono in picchiata. A soffrire più di tutti è la Lombardia, cuore del manifatturiero. Ed è allarme rosso a Bergamo, dove gli ammortizzatori sociali non tengono più. E’ l’altra faccia della “narrazione”: il Paese riparte, ma l’industria, in particolare quella piccola e media, sembra non vedere la luce in fondo al tunnel. Diverse le spiegazioni degli economisti: per gli apocalittici si tratterebbe della dimostrazione che la nuova crescita è “jobless”, cioè senza nuovo lavoro ma solo con nuovi consumi, per lo più a debito. Per i più ottimisti si tratta solo di tempo: le famiglie comprerebbero subito il telefonino nuovo o la vacanza al mare e solo dopo il frigorifero e la tv. Ma la spiegazione è forse più semplice: manca il fattore innovazione. Il piccolo imprenditore geniale che ha sostenuto il boom degli anni Sessanta sembra non aver replicato se stesso nella nuova generazione di manager (per lo più reclutati in famiglia). E la competitività arretra. Come uscirne? A lungo termine puntando alle competenze, rompendo il familismo imprenditoriale anche nelle piccolissime imprese. A breve termine, evitando di aumentare l’Iva e abbassando le tasse. Sulla casa ma anche sul lavoro. A patto però di premiare chi fa impresa, e non chi riversa gli utili nella sola finanza. In Italia sarebbe una rivoluzione.

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