Monthly Archives: giugno 2018

Felici per forza?

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Le fragilità di Milano – l’invecchiamento, le periferie problematiche, le richieste assillanti sul lavoro, gli adolescenti sempre attaccati allo smartphone, il venir meno delle reti sociali – tutto questo come incide sulla salute mentale delle persone? Oggi Repubblica snocciola le cifre del disagio: un milione di psicofarmaci prescritti a Milano nel 2017, più 3 per cento rispetto all’anno prima. Sono le donne, soprattutto anziane, le più forti consumatrici, oltre il 65 per cento delle prescrizioni è destinato a loro. Milano è una città stressante e stressata? Iniziamo col dire che i milanesi sono fortunati perché l’argomento viene affrontato, non nascosto sotto il tappeto. Del resto Milano è una città attenta, aperta, civile, anche se quello che si fa non è mai abbastanza. Il problema esiste, eccome. Ma quale grande città ne è immune? Comunque è bene che se ne parli. Chi ha in famiglia una persona depressa o un anziano con una malattia neurodegenerativa vive un calvario in tutti sensi, anche economico. È un tema molto importante quello del male di vivere, che riserva amare sorprese: per esempio scopriamo che sempre più bambini assumono psicofarmaci. Chissà se sono davvero indispensabili: forse stiamo esagerando, non sarà anche una moda o un’abitudine questo mandar giù pillole per superare le paure, la solitudine, l’ansia? Diversi psichiatri e psicologi in Europa e Nordamerica mettono in guardia: una certa dose di frustrazione, disagio e dolore è fisiologica e non si cura con le pastiglie, che agiscono invece – e molto bene – sulla depressione clinica. Il rischio di fare confusione (e danni) è alto. Basta un poco di zucchero e la pillola va giù: facile. Forse troppo.

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Maturità, ci vorrebbe un amico

Ah, l’amicizia! Era un po’ che non se ne parlava. Almeno nel senso classico, offline. Meno male che è arrivata la Maturità 2018. La versione di greco (by the way: “versione”, significherebbe “traduzione”. Nella parola c’è tutta la nobiltà e tutta l’alienazione di questa scuola). Dunque dicevamo: nella versione di greco di quest’anno Aristotele ci parla dell’amicizia classica. Sono le pagine, per nulla semplici, dell’Etica a Nicomaco (il figlio? un amico? mah, non si sa). L’amicizia, spiega il Sommo, è il più sublime e necessario dei beni: è il fondamento della vita comune. Più o meno quattrocento anni dopo gli farà eco – con una visione forse più moderna – Cicerone. Il suo Laelius de amicitia è più introspettivo e psicologico, oggi diremmo: psicoanalitico. Parte da una vera storia di amicizia e la disseziona nelle componenti pubbliche e private. L’approdo è però classico: l’amicizia è la somma di tutte le virtù, ed è dunque il migliore dei beni. Da allora sono stati scritti fiumi di parole. Oggi, in tempi di solitudine e di rete, a noi reduci dalle religioni, dalle ideologie, da Freud, rimane come allora l’interrogativo di sempre: esiste davvero l’amicizia? O esistono relazioni, rapporti, (magari particolarmente intensi). Esiste l’amicizia o è solo il metro ideale su cui misuriamo le nostre connessioni sociali, le nostre simpatie alla macchinetta del caffè? Esiste davvero l’amicizia o c’è solo il desiderio dell’amicizia? Esiste l’amicizia o c’è solo l’amore?

Il Papa è di tutti?

C’è un problema di consenso in Italia per Papa Francesco? Più di un indizio lo conferma. Bergoglio è ancora amato da buona parte dei cattolici (e non) italiani, ma la tendenza del gradimento va verso il basso. Lo segnalano diversi sondaggi. Ciò che manca ad oggi è una analisi delle cause del raffreddamento sentimentale con il Bel Paese. Probabilmente papa Francesco scontenta in modo diverso pubblici diversi. Il cattolico tradizionalista non ama le aperture dottrinali e uno stile comunicativo non propriamente pontificale. Ma anche il mondo ecclesiale, o almeno una sua parte, registra con preoccupazione certe débacle nella gestione vaticana: l’episodio della lettera di elogio “estorta” a Ratzinger dal braccio destro di Bergoglio non è stato oggettivamente un successo. Infine i migranti: anche i più buonisti si aspetterebbero dal papa (che vive in Italia) un’analisi un po’ più equilibrata dei fattori di rischio sociale. Ultimo fattore è forse un approccio punitivo nei confronti del fedele occidentale. Appare il Papa alla finestra? Se sei europeo sai già che ti darà del corrotto o dell’egoista. Alla lunga ci si stufa. Papa Francesco si era presentato come il Papa che arriva “dalla fine del mondo”. Adesso però è a Roma da un pezzo: è forse ora di presentarsi come il Papa di tutti, se lo è.

L’Europa si salverà?

Quanto è debole l’Europa? Quanto è fiacca e inconsistente? Molto. Un molto che preoccupa a fronte delle sfide da affrontare. Sfide economiche e sfide sociali. Per esempio: l’Europa è pronta a gestire la prestanza, per usare un eufemismo, di popolazioni che vorrebbero, quando va bene, stabilirsi da noi e, quando va male, sottometterci in quanto infedeli? No. Assolutamente no. Ce lo dice l’atteggiamento apatico e remissivo delle istituzioni Ue. Ma anche dei singoli Paesi europei che alternano egoismo e inerzia. Per terminare con il malessere esistenziale di noi europei, la rinuncia a fare figli, l’invecchiamento della società. In questo contesto di crisi mai davvero affrontata è comodo (e inutile) accusare il nuovo governo Salvini/Di Maio di essere una grave minaccia per la già fragile compagine europea. La realtà sta presentando il conto di un lungo periodo di ipocrisia e di avidità. Adesso strilliamo che c’è il populismo al potere. Beh, invece di stracciarsi le vesti, l’Europa potrebbe ricominciare a costruire il futuro. Non un futuro per pochi, per le élite, ma un futuro per i popoli. Popolare è una parola abusata, ma non davvero compresa e sotto sotto disprezzata. In fondo veniamo da una storia di monarchie, aristocrazie, oligarchie. La democrazia da noi è immatura. Non la salvaguardiamo certo riempendoci la bocca di retorica e trovando capri espiatori. Possiamo invertire la rotta? Certo. Cominciamo da una politica estera e di difesa comune: veramente e solidamente dalla parte degli interessi europei. Cominciamo a sostituire una figura come Mogherini, emblema del compromesso al ribasso. Passi concreti, non parole.

Donare sangue conviene

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Donatore di sangue. A Milano nel 2017 hanno donato il sangue in 50mila, per un totale di 86784 sacche (circa la metà ha quindi donato 2 volte). In totale 39mila litri di sangue. Ancora poche per coprire il fabbisogno degli ospedali milanesi che si aggira sui 60mila. A Milano vengono trasfuse 120 unità al giorno, ciascuna da poco meno di mezzo litro. Diverse le motivazioni di chi dona. Non c’è solo, ci mancherebbe, la generosità: è anche un fatto salutare perché consente un controllo costante. Al donatore vengono effettuati gratuitamente esami molto completi. Per chi ha la fortuna di avere un lavoro c’è anche il giorno di riposo. Donare a Milano è particolarmente facile: sono decine i punti di prelievo dal centro ai quartieri. Uno tra i più noti è il Padiglione Marangoni al Policlinico. Centralissimo, a pochi passi dal Duomo e comodo per chiunque. E’ una struttura di eccellenza internazionale, molto efficiente, aperto dal Lunedì al Sabato dalle 7.30 alle 14 (Via Francesco Sforza, 35). Ma tutti gli Ospedali cittadini offrono lo stesso servizio. I numeri raccontano che i milanesi donano pochino. Forse hanno da fare, da lavorare. Un incentivo può arrivare dal costo degli esami: effettuare (anche con il Servizio pubblico) gli stessi controlli costa minimo 80 euro. Bei dané.

Centrodestra al capolinea

La crisi del centrodestra moderato è tutta nella lettera che Berlusconi ha inviato al Corriere, scritta nel giorno delle amministrative che hanno confermato la supremazia della Lega su Forza Italia. Il leader di FI traccia la sua analisi politica e poi indica la soluzione: cambiare. Le ricette non sembrano così di impatto: un vicepresidente, un comitato esecutivo, un coordinatore nazionale, giovani coordinatori virtuali. Non è questo però che importa, le formule si trovano. Berlusconi si ferma qui. Ma il dado è tratto, o quasi. Qui o si cambia o si muore. E a pagare sarà l’Italia. Un Paese con un governo cosiddetto populista, ma dove la metà degli elettori diserta le urne. Chi rappresenta quella metà? Dovrebbe rappresentarla un’opposizione degna di questo nome. Esiste oggi in Italia? La risposta è no. Va ricostruita. E per farlo si dovranno trovare la spinta e le ragioni profonde. Non serve dire: noi siamo i razionali, siamo i liberali, siamo i competenti, siamo quelli di buon senso. Questo è davvero insopportabile. Bisogna dimostrare di avere idee e di saper lavorare. C’è un problema di leadership? Quelli che finora sono stati in prima linea, dovrebbero aiutare a costruire una nuova classe dirigente. Finora quando hanno visto qualcosa di nuovo hanno lavorato per abbatterlo. Soprattutto se mostrava di avere qualche qualità. Adesso bisogna avere il coraggio di cambiare. Anche chi sostiene il governo 5S/Lega credo si auguri che in questo Paese ci possa essere un’alternativa.

Consumi: rischio contrazione?

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Al G7 in Canada il commercio tiene banco. A detta di Trump i colloqui si concentreranno sul “commercio sleale” ai danni degli Usa. Dazi e sanzioni fanno salire la tensione. Conte dovrà sudare per convincere che l’Italia è fermamente al fianco dell’America, ma è anche fermamente al fianco della Russia. Sanzioni sì, sanzioni no… Al summit si combatte sul commercio. Ma in Italia è un problema anche il commercio interno, particolarmente debole. Ieri l’Istat ha reso noto che le vendite al dettaglio ad aprile sono andate male, meno 0,7% rispetto a marzo, complice la défaillance dei beni alimentari, forse anche perché Pasqua quest’anno è arrivata presto, in marzo. In ogni caso, su base annua, il ribasso è del 4,6% in valore e del 5,4% in volume. Eh le discese ardite, a cui però non sappiamo se seguiranno le risalite. Girando per negozi non è che si respiri un clima ottimista. Le vetrine sono invitanti, come sempre strepitose nelle vie più eleganti, Milano è capitale dello shopping, ma i negozi sono perlopiù vuoti. Il tempo è capriccioso e il portafoglio vuoto (l’imminente 730 è un incubo): la gente non si azzarda a spendere. Tutto rimandato forse ai saldi, che del resto arriveranno presto. Sarebbe stato ingenuo aspettarsi che il #governodelcambiamento operasse il miracolo di far aprire i cordoni della borsa. Per ora niente. Sarà anche per questo che ieri Di Maio ha promesso: “l’Iva non aumenterà”?

Un falco e un gufo in Galleria

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Sarà anche stato uno spot pubblicitario, ma attraversare oggi la Galleria e imbattersi in un falco appollaiato sul braccio guantato del suo falconiere, anzi della sua falconiera, è stato sorprendente. E lì accanto un’altra signora portava con sé  un gufo strepitoso. Naturalmente si è subito formata una piccola folla. Il falco era fantastico, col suo becco possente e l’espressione fiera. E il gufo con lo sguardo ipnotico, gli occhi giallo-arancio fosforescenti e i due ciuffi, sembrava del tutto a suo agio tra la gente. Ma non è un animale notturno? Non dorme di giorno e fa uu uu la notte? Poi si è scoperto che erano gli animali di un centro dove si organizzano corsi di falconeria. La loro improvvisa apparizione è stata un piccolo prodigio. Ci siamo sentiti tutti nobilitati e più liberi. Solo per un momento. Ma che meraviglia!

Arriva la pazzia artificiale

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La notizia è molto curiosa. Il mitico Media Lab del Mit di Boston ha prodotto un’intelligenza artificiale psicopatica. Si chiama Norman, come il protagonista del thriller Psycho di Hitchcock, ed ha reazioni da persona psicopatica. Come mai? Il povero Norman viene tirato su a pane e immagini terrificanti, quelle prese da un canale specializzato nella documentazione della morte. Il risultato è che finisce per manifestare i classici disturbi della psicopatia. Per rendersene conto basta confrontare le sue reazioni con quelle di intelligenze abituate a dati privi di elementi macabri e, al contrario, ricche di fiori e animali. Bene, davanti alle macchie di inchiostro del test di Rorschach le intelligenze addestrate con belle immagini danno interpretazioni positive: uccelli appollaiati su un albero o un vaso pieno di fiori. Norman invece vede nelle stesse macchie un uomo sulla sedia elettrica o colpito da un proiettile. Gli esempi sono numerosi: laddove le intelligenze standard vedono un ombrello rosso e bianco, lui percepisce una persona uccisa da una scarica elettrica mentre cerca di attraversare una strada trafficata. E avanti così. Il Mit dimostra che i dati sono fondamentali nel determinare un comportamento. Anche quello di una IA, intelligenza artificiale. La chiave di volta nella creazione delle intelligenze artificiali è legata al genere di dati con cui sono allevate. Questo significa che i dati vanno pensati, studiati, bilanciati. E naturalmente verificati. Serve una forma di psicologia dell’intelligenza artificiale? Si, evidentemente. E anche un codice etico. Gli assistenti virtuali o le auto autonome, esempi di IA,  se subiscono uno shock esagerato rispondono come un malato di mente? Così pare. I rischi nella programmazione sono concreti. Eh, la vita è bella perché è varia. Lo è sempre di più. Chi vuol esser lieto sia.

Budapest è in Belgio?

“Ci porteranno verso Budapest”. Era il timore, non senza ragioni, verso i populisti in campagna elettorale. Nel frattempo Budapest si è spostata a nord, nella terra del cioccolato e dei fumetti. Il primo forte endorsement al discorso del neopremier italiano Conte arriva dal governo Belga, per bocca del segretario di stato all’Asilo Theo Francken: “Dublino è morta. Bene la nuova, severa, linea italiana sull’immigrazione”. C’è lavoro per il fronte europeista e moderato: le sfide giallo-verdi cominciano a far presa in Europa. Magari i populisti non avranno le soluzioni, ma mettono il dito su vere piaghe, lasciate in aggravamento per anni. Chi scoprirà l’antibiotico giusto convincendo gli europei? Probabilmente chi per primo si renderà conto che le ideologie non bastano più. Le soluzioni non sono forse nei muri, ma nemmeno nella “mistica” delle migrazioni belle, che colorano i nostri quartieri. I “moderati” oggi hanno una comunicazione debole. Ma ora l’acqua sta entrando in casa e alzare il sopracciglio sui congiuntivi di Di Maio non basta più. E’ tempo di impegno vero.

Cinzia Messori