Monthly Archives: giugno 2016

Se Microsoft detta l’agenda.

La visita del candidato sindaco del centrosinistra (Foto Omnimilano)

Una nuova era è cominciata. Come sempre Milano è la città delle novità. Oggi si è tenuta la prima riunione della Giunta del neosindaco Sala. A stupire non è il fatto di averla voluta tenere in periferia, al Giambellino, perché questo è un atto simbolico per la verità già un po’ logoro. Una mossa anche lievemente imprudente, che ha provocato qualche contestazione, col rischio che i manifestanti più scalmanati potessero fare irruzione oltretutto durante la conferenza stampa. Ciò che invece davvero può considerarsi inedito è il modo con il quale è stata reclutata Roberta Cocco, manager di Microsoft. Sarà assessore alla trasformazione digitale, come era prevedibile, considerata l’azienda di provenienza. Ed eccoci al punto. L’azienda. Microsoft è Microsoft. Il Comune può attendere. Ed è così che la Cocco procrastinerà il suo ingresso effettivo in Giunta per portare a termine gli impegni aziendali. Insomma è stata nominata oggi, ma inizierà a fare l’assessore più avanti, per la precisione tra due mesi. Non si era mai vista una simile staffetta. Un incarico istituzionale, nel governo della città più importante di Italia, a far tempo dal primo settembre, quando l’assessore designata avrà concluso il suo lavoro in Microsoft. Il Comune volta pagina? Saremo agli albori di un modello pubblico che si adegua in tutto a quello aziendale? Può essere. Chissà cosa ne pensano Basilio Rizzo e la sinistra radicale che nel rush finale ha sostenuto Sala e ne decretato l’elezione a sindaco. Ma si sa, Sala è un manager e tira dritto.

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La Sormani assediata dai clochard: giusto così?

Sormani

Il 3 dicembre 2015, alla lettera al Corriere della Sera di un frequentatore della Biblioteca Sormani a disagio per i troppi clochard che occupavano le sale della Biblioteca Sormani di Milano, Stefano Parise, il direttore, rispondeva che “la Sormani è democratica” e “accoglie senza distinzioni di condizione sociale”. “Le nostre strade – aggiungeva il direttore – sono piene di diseredati, ed è ingenuo pensare che la biblioteca ne resti immune”. Da allora la situazione si è aggravata. Alert ha visitato più volte le sale della Sormani: ai clochard si sono aggiunti – a decine, a centinaia – i profughi in fuga da Africa e Medioriente, che bivaccano senza ostacoli nelle sale di lettura, nei corridoi, nei bagni, occupano posti a sedere con borse e bagagli, cercano lì un tetto, un bagno, un posto per sdraiarsi. In certe ore del giorno interi servizi sono preclusi di fatto a studenti e lettori i quali spesso battono in ritirata. Impossibile non domandarsi: la risposta del Direttore è davvero quella giusta? In altri termini: è sufficiente versare in una oggettiva condizione di bisogno per appropriarsi di uno spazio culturale destinato a tutti? Isabella Bossi Fedrigotti ne dubita nella controreplica. Cresce il fronte degli utenti perplessi: ha senso impedire di leggere e studiare per “fare accoglienza” a Palazzo Sormani? Questo tipo di prassi è del tutto assente – per fare due esempi – nelle Biblioteche centrali di Monaco e Madrid. In quelle sedi la sola consumazione di una Coca Cola tra i libri è sanzionata piuttosto severamente.  La  la Germania e la Spagna non sono democratiche? A ciascuno la sua risposta.

Chi paga l’acquasanta?

Le parrocchie milanesi rischiano il profondo rosso. La crisi ha colpito duramente nell’ultimo decennio: a migliaia hanno bussato alle porte delle canoniche per un aiuto, mentre le offerte si assottigliano. A Milano – come nel resto del Paese – le parrocchie sono un pezzo di welfare, oltre che una istituzione di fatto. Il debito medio – nell’area metropolitana – è di 50mila euro. I parroci stipulano mutui, magari con formule agevolate, ma sempre più spesso se li vedono negare per mancanza di garanzie. Gli appelli al buon cuore dei fedeli si moltiplicano, ma senza esiti sufficienti. Quest’anno il tam tam è nell’aria: siamo al collasso. A stento regge il servizio degli Oratori estivi, vitale per chi lavora. Purtroppo dalla Curia non arrivano le risorse necessarie: sono anzi le parrocchie a dover inviare una parte delle loro entrate in Arcivescovado. Le entrate dell’otto per mille destinate alla Chiesa cattolica ammontano annualmente ad oltre 1 miliardo di euro: sarà presto inevitabile per Roma e per la Curia milanese incrementare il sostegno diretto alle parrocchie, ormai in grave difficoltà. Più semplice il sistema di finanziamento delle Comunità riformate. Le chiese Anglicana e Luterana (entrambe presenti in città) hanno nel DNA la responsabilizzazione delle comunità locali: il Sinodo destina il 70% circa dei fondi direttamente alle parrocchie. Lo stesso sistema riguarda le Comunità ebraiche. Il fattore finanziamento è di scottante attualità per le Comunità islamiche. Chi finanzia chi? Non è un argomento da poco, soprattutto in vista di tavoli e confronti in arrivo per la costruzione della nuova moschea. Una delle condizioni imprescindibili che la maggioranza di Palazzo Marino sa di non poter eludere è la tracciabilità dei finanziamenti: una sfida non da poco data la molteplicità degli interlocutori e degli intrecci anche politici che questo percorso comporta. Dopo la politica, potrebbero essere le religioni a dover mettere al centro il grande tema della trasparenza.

Cosa succede al Museo del Novecento ?

Museo

Sarà senz’altro una nomina di passaggio, quella di Marina Lampugnani alla guida del Museo del Novecento. Un ruolo cruciale ma vacante, da quando l’ex direttore Marina Pugliese, a capo del polo dei musei di arte moderna e contemporanea di Milano, ha lasciato la città alla volta di San Francisco. Dopo un anno di incomprensibile vuoto, improvvisamente dallo scorso primo giugno la dirigenza è stata assegnata alla Lampugnani, architetto, proveniente dal settore manutenzione scuole del Comune di Milano. Non certo un’esperta di musei. Come valutare questa decisione, avvenuta poco prima delle elezioni milanesi? A voler pensar bene, avranno pensato di colmare la grave assenza almeno da un punto di vista burocratico, assegnando il ruolo di dirigente ad un profilo tecnico, quindi neutro rispetto a scelte in grado di posizionare Milano tra le grandi metropoli della cultura. Intanto però non si capisce perché si tardi così tanto ad indire un concorso internazionale. Oltretutto la nuova dirigente, che di musei come è comprensibile non sa niente, è stata spostata dall’oggi al domani e fino al primo ottobre, quindi per un periodo non proprio breve. Si dice che la novità abbia causato un vero terremoto nel settore della cultura in Comune. Lo stesso Claudio Salsi, direttore pro tempore del museo, se l’è ritrovata in questo ruolo inaspettatamente. Almeno lui, da anni direttore del settore soprintendenza del Castello Sforzesco, dei Musei archeologici e storici, non si può dire sia a digiuno in materia di esposizioni, anche se per il Museo del Novecento come per il Mudec sono urgenti competenze specifiche. Insomma l’iniziativa ha colto tutti di sorpresa scatenando non poche polemiche interne. Il punto però è un altro. Milano ha bisogno di figure preparate, con un prestigio internazionale. Per i Musei e le Pinacoteche statali Renzi ha scelto il concorso internazionale, e ha nominato figure di chiara fama. Milano sembra ferma. E’ emergenza cultura per il neosindaco e per il nuovo Assessore, proprio mentre la città si svuota per le vacanze estive.

BREXIT ? PIU’ TEDESCO, BITTE.

Planisfero

Dopo la pausa elettorale, riecco Alert. Il referendum sulla Brexit tiene banco, come giusto. Il verdetto è importante e segna uno spartiacque nella storia d’Europa. Le urne consegnano alla UE un imperativo: cambiare. Perché il Regno Unito non è il solo Paese in cui mezza opinione pubblica sogna di lasciarsi alle spalle l’Europa per un futuro di maggiore autodeterminazione. A Milano il dibattito sulla Brexit non ha fatto gran presa: la città è in piena decompressione post-elettorale. Il Corriere della Sera aveva aperto il dibattito sui possibili effetti dell’addio inglese sulla Borsa di Milano con un editoriale di Francesco Giavazzi, secondo il quale il leave poteva essere l’“occasione per l’Italia” per conquistare un primato a livello finanziario. La Camera di Commercio ha spostato l’attenzione sui timori degli imprenditori lombardi per i contraccolpi sull’export (l’interscambio commerciale è di 9 miliardi). Ma attenzione: spente le luci sul referendum britannico è bene tornare coi piedi sul terreno: l’influenza del Regno Unito su Milano e sulla Lombardia viene in queste ore ampiamente sovradimensionato. Il dibattito è fortemente influenzato dalla finanza: ambito molto esposto verso la city. Ma l’economia hard, a partire dalla manifattura e dall’high tech sono già oltre. I centri del potere economico cittadino, soprattutto dopo Expo, voltano pagina diversificando e superando l’eurocentrismo a favore di aree come il Mediterraneo, l’estremo Oriente, il Sud America. In ambito UE è fortissimo il ruolo della Germania, che rimane il primo partner commerciale, con una fitta rete di rapporti istituzionali e culturali con Milano. La Germania è vista anche come porta economica verso l’Est Europa e verso il Medioriente. Dati e tendenze tutte da studiare (e assecondare) anche per la nuova Amministrazione comunale di Milano: finita la Brexit, più tedesco, arabo e coreano, bitte!