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Maturità, #nopanic. Magari…

Tempo di maturità. Che gli studenti siano in ansia, che vivano una tempesta di emozioni, è normale. Che gli adulti tornino ragazzini del Liceo è invece allarmante. Lo è soprattutto quando la regressione avviene in chi è alla guida del Paese. Nei giorni scorsi la ministra Fedeli ha firmato l’ordinanza con le indicazioni per i consigli di classe, le commissioni, il calendario degli esami eccetera. E ha scelto le tracce per la prima e le seconde prove degli scritti. Quanto alle tracce, teniamo le dita incrociate… Per il resto, dall’attenzione spasmodica e convulsa dedicata dal Miur a questo appuntamento sembrerebbe che il mondo inizi e finisca con la Maturità. È così da sempre, ma adesso c’è un di più di impressionabilità, di atteggiamento emotivo e puerile che proprio non ti aspetti dalle istituzioni. È al via la campagna di comunicazione per la maturità. Titolo: #nopanic. Ma il panico viene, eccome. C’è da tremare al pensiero dell’infantilismo e della superficialità del ministero. Il ricorso alle modalità dei social, con un profluvio ridicolo di hashtag e slogan è tanto patetico quanto inutile. Cara ministra, preparate alla maturità i ragazzi ma siete campioni di immaturità e di egoismo. Vi disinteressate alla grande del futuro degli studenti. E non bastano i tweet a coprire questa grave colpa. Cosa faranno dopo la maturità i nuovi “ragazzi del ’99”? Chi li accompagna nella scelta della facoltà? Chi li aiuta ad inserirsi nel mercato nel lavoro in caso non vogliano o non possono andare all’università? Nessuno se ne è occupato davvero e se ne occupa, a parte le famiglie, anch’esse però drammaticamente sole. Eppure non si fa che parlare di disoccupazione giovanile. A settembre comincia un anno scolastico nuovo. I maturi che sono usciti dalla quinta chi li vedrà più. #nopanic, ciao, addio.

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Aggiornarsi (e morire?)

La manifestazione del 1 maggio a Milano si preannuncia difficile. Fresche le batoste a sinistra, anche su piazza lombarda. E per di più pioverà.. L’ordine di scuderia è: aggiornarsi o morire. Abolito, dunque il comizio. La novità, passata in sordina, è storica. Basta con i tre segretari sindacali che si alternano sul palco arringando i Cipputi. Al loro posto spunta una più televisiva “intervista” a Radio Popolare. Lo storico palco si trasforma in studio: riflettori e microfoni saranno al servizio di un talk sul tema del lavoro, magari dopo un veloce passaggio al trucco-parrucco dei tre sindacalisti trasformati in special guest. D’altra parte – si ragiona a sinistra – o ci rinnoviamo o ci estinguiamo. Siamo sicuri – però – che qualsiasi aggiornamento vada bene? Trasformare la piazza in un immenso show sarà la scelta giusta? Talvolta aggiornarsi è morire.

I politici sulle nuvole

nuvole

Tra le nuvole dovrebbero starci i religiosi, che invece sembrano avere i piedi per terra più dei politici. Mentre i leader di partito sono presi dai giochi per il governo, i vescovi danno prova di realismo. Non è detto, avvertono, che avere un lavoro sia sufficiente per uscire dalla povertà. Figuriamoci, diciamo noi, non avere neanche quello! La precarietà del lavoro, la sua parcellizzazione (c’è gente che lavora tre ore a settimana), la scarsa retribuzione: i problemi li conosciamo. Nel messaggio per il Primo Maggio la Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro se ne fa carico. Teniamo presente, è la base del ragionamento, che secondo l’Istat oggi in Italia un milione di famiglie non ha reddito da lavoro. E’ un’emergenza molto grave. La numero uno. Bisogna rinnovare! Trovare soluzioni! Liberare le energie di chi saprebbe cosa fare perché è competente ed esperto! Pensiamo che Paese fantastico sarebbe il nostro se fosse consentito a chi è capace di prendere le decisioni che servono. Valorizzare chi crea lavoro, per esempio, invece di punirlo. E riformare la scuola. Infine, aiutare chi davvero non ce la fa. Come? Reddito di cittadinanza o reddito di quello che si vuole, basta che si provveda cum grano salis. I vescovi dicono: superate le contrapposizioni strumentali. Sì, superatele!