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Sala ci prende

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Il sindaco Sala oggi non ha fatto sconti: “Se non riusciamo a proporre un’idea diversa agli elettori che votano dall’altra parte, è giusto che perdiamo”. Naturalmente parlava del futuro del Pd. Ma è una riflessione che si addice a tutta la politica tradizionale, di destra e di sinistra, lontana anni luce dai problemi reali, come dimostrano, da un lato, l’astensionismo e, dall’altro, l’abbraccio (mortale?) a Di Maio e Salvini. Il sindaco ha messo il dito nella piaga: “C’è un problema di idee e contenuti”. Giusto. A ben guardare qualcuno c’è che avrebbe qualcosa di buono da proporre, ma viene tenuto fuori, è oscurato, osteggiato. Attenzione però alla profezia di Sala, che traduciamo così: se non hai niente da dire, se ti riferisci solo a te stesso e alla tua cerchia, allora sparirai. Son tempi duri.

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Ricette

E il PD? Dov’è finito? In verità l’overdose di Partito Democratico è terminata da poco. Da sei anni a questa parte ogni colpo di tosse Dem conquistava nove colonne: un po’ di dieta non guasta. Però la questione rimane: quella, soprattutto, del timone della barca democratica. Che farà acqua ma è pur sempre una vecchia gloria dei mari. Chi siederà in plancia passata la stagione del “traghettatore” Martina? Se lo chiedono in molti. Alcuni immaginano delle soluzioni. Onore al merito: ci provano, mostrando un affetto che va rispettato. Spicca, tra i volonterosi, Giuseppe Sala. Il Sindaco di Milano, l’ultima roccaforte PD di qualche rilievo, non è davvero del PD ma difende il fortino. Mentre si allea sui temi amministrativi con il leghista Attilio Fontana, governatore lombardo, guarda oltre. Due i capisaldi della ricetta. Il primo è rintracciare sulla piazza ben dieci saggi che rimettano in sesto il PD elaborando una “ripartenza” che escluda Renzi. Il secondo è una alleanza con Nicola Zingaretti, vincitore per un soffio nel Lazio. Un soffio leggero, perché la maggioranza in Consiglio non c’è, e la Giunta naviga a vista alle prese con spazzatura, Casamonica e autobus che bruciano. A detta de Il Messaggero i due si vedranno questa sera a Milano. Sala ha buona volontà politica. Quanto alle ricette, non sappiamo chi sia lo chef che gliele impiatta. Ma non sembrano granché.

Il pendolo dei 5 Stelle

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Oggi il pendolo dei 5 Stelle (non di Foucault) tende a sinistra. Toninelli, per dirne una, ha detto poco fa che attende una risposta unitaria da parte di tutto il Pd sulla loro proposta di un contratto di governo. Ma è una sorpresa? Di Maio no, lui mostra empatia con Salvini, ma il movimento è lì che vuole andare. Il pendolo (non quello della rotazione terrestre: la storia sembra andare altrove), diciamo il pendolino propende per la sinistra. Del resto se l’ispirazione iniziale dei vertici  Casaleggio e Grillo era di stampo libertario e iconoclasta, la base rimane una specie di sindacato di base. Il Cobas della politica. M5S più Pd. Aiuto.

Si torna a votare

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Tutti dicono no. Berlusconi dice no al populismo (dei 5S); Renzi dice mai coi grillini e mai coi leghisti. Le sfumature poi cambiano in Forza Italia e nel Pd a seconda di chi ci parla e del suo posizionamento. Per esempio oggi tuona Brunetta: non voterò un governo leghista-grillino, obiezione di coscienza. Anche Di Maio e Salvini dicono no, ma – attenzione – non l’uno all’altro, bensì a Forza Italia e al Pd. Tra i due a quanto sembra c’è feeling. Senz’altro li avvicina l’alto gradimento degli elettori. Salvini riuscirà a trovare un accordo con Di Maio che includa la coalizione di cui è parte? Difficile. Si tornerà a votare, speriamo con un’altra legge elettorale.

Governo: il popolo cosa pensa?

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È l’istituto di ricerca SWG a svelarlo. Dal sondaggio “Verso un nuovo governo” viene fuori che gli elettori sono sempre più favorevoli all’ipotesi Lega-M5S. Per tutto marzo questa eventualità è stata considerata giusta e auspicabile dal 38% degli intervistati. Oggi siamo saliti al 44%. In particolare, gli elettori di Salvini che caldeggiano l’idea del governo a due sono passati dal 58 al 61%, mentre dalle parti di Di Maio la percentuale è addirittura aumentata di 8 punti, salendo dal 59 al 67%. Ma ciò che balza davvero agli occhi è il gradimento espresso dagli elettori di Berlusconi, passato dal 18 al 46%. Se la mettiamo sul piano delle scommesse, il 43% degli Italiani punterebbe sul governo Salvini-Di Maio; il 38% sulla soluzione istituzionale; il 28% su un governo di tutto il centrodestra con i grillini; il 10% su un esecutivo Pd-Cinque Stelle. Indicativa la classifica dei leader: Salvini è al 40% dei voti positivi, Di Maio al 35%, Giorgia Meloni al 22%, Berlusconi e Martina al 17%, Grasso al 6%. Cosa piace di Salvini? Il suo impegno concreto a trovare una risposta per il governo del Paese, mentre Di Maio è troppo schizzinoso. Del resto il numero due della Lega Giorgetti ha criticato anche Berlusconi per avere detto che non vuole allearsi coi populisti, considerandola una mossa tatticamente sbagliata. Ma forse si pretende troppo dal vecchio leader. Non è più tempo più di élite. Come dice oggi sul Corriere il filosofo Alain de Benoist: “Si può anche essere ostili al populismo, ma bisogna studiarne le cause”.