Monthly Archives: febbraio 2018

Stefania Craxi: il piacere della verità

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Oggi Affaritaliani.it spicca per la bella intervista a Stefania Craxi, candidata di Forza Italia nel Collegio uninominale di Monza e Brianza. In un video di pochi minuti un’analisi lucida e coraggiosa su passato e presente: un passato doloroso per la sua famiglia (e per tutto il Paese) e un presente disperatamente a corto di pensiero politico. Quel pensiero che di certo non mancava a Bettino Craxi e che lei porta in dote, ma con una visione di futuro libera e maturata in autonomia, sulla scena sconfortante di queste elezioni. Stefania Craxi parla chiaro, la voce e il sorriso sono miti, ma le sue risposte mettono a nudo perduranti ipocrisie e meschinità. Ma andiamo sul concreto. L’economia è a un punto morto perché non si genera sviluppo con un fisco che è una clava contro imprese e lavoratori. Parlare di attrarre investimenti stranieri senza mettere mano ad un costo del lavoro e, aggiungiamo noi, ad una burocrazia (e ai suoi capi!) che fiaccherebbero lo spirito di chiunque è una cosa scorretta, deviante, da profittatori. Invece si parla sempre d’altro: bonus, incentivi, inutili e miseri omaggi ad una platea che annaspa e si ingrandisce sempre più fino a lambire e ricomprendere oggi la media borghesia. Per non parlare della melassa sull’antifascismo quando ci avviamo ormai verso la fine del primo decennio del ventunesimo secolo! Non si vuole dire la verità. E questo vale anche per il rapporto sempre squilibrato, ma oggi davvero drammatico, con i partner stranieri. L’immagine simbolo della debolezza italiana è quella dei giovani disoccupati che emigrano, ma anche dell’inverno demografico, del deserto industriale, della dipendenza dei nostri sistemi di sicurezza e di difesa da tecnologie straniere. Ascoltare Stefania Craxi è per un momento come tornare a ragionare e frenare la pazza corsa verso il vuoto.

L’intervista:

http://www.affaritaliani.it/milano/elezioni-2018-stefania-craxi-la-lega-ha-fatto-i-conti-con-mio-padre-527012.html

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WikiMilano: qualità e democrazia

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Per essere correttamente informati sui protagonisti della Grande Milano c’è un sito web veloce, affidabile, aggiornato. È WikiMilano (http://www.wikimilano.it), nuovo portale fondato da tre personaggi a loro volta protagonisti della Milano di oggi. Bruno Dapei, ex presidente della Provincia di Milano, imprenditore, direttore dell’Osservatorio Metropolitano, appassionato di politica e di informatica. Fabio Massa, responsabile e mattatore della pagina milanese di Affaritaliani.it, militante del giornalismo politico milanese e creatore di eventi di successo come Italia, Direzione NordAndrea Jarach, editore, manager culturale, profondo conoscitore di Milano, con il mensile Where leader nella comunicazione ai visitatori internazionali, talent scout di inventori di iniziative culturali/editoriali/sportive, da sei anni promotore della Milano Loves You Run tramite la quale vengono finanziate le case alloggio della Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (LILT). Un bel trio, quello che ha inaugurato questo progetto innovativo, ancora in fase sperimentale e organo ufficiale dell’Osservatorio Metropolitano di Milano. Un’enciclopedia online, consultabile da chiunque e da chiunque integrabile con aggiornamenti e novità. A chi sono dedicati i focus di WikiMilano? A persone, istituzioni, aziende, associazioni, iniziative, eventi che formano il grande e stupefacente universo di Milano e della sua area metropolitana. Tra gli obiettivi dichiarati: contrastare le fake news attraverso una verifica delle informazioni che è una vera e propria certificazione di qualità. Conoscete qualcuno di veramente in gamba, che sta facendo cose straordinarie a Milano, per il lavoro, la scuola, la ricerca, il sociale e via dicendo, ma non è ancora famoso – e forse neppure ha tempo di esserlo, impegnato com’è nella sua impresa? Se su WikiMilano ancora non c’è, segnalatelo alla redazione o scrivete voi stessi il suo profilo. Il portale sta piano piano costruendo una mappa vera, autentica, democratica dei protagonisti di Milano. Non solo i soliti noti. C’è spazio per chi è nuovo, finalmente!

Cinzia Messori

Fondazione Prada, “Post Zang Tumb Tuum”: correre a vederla

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Visitando la mostra Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918–1943 alla Fondazione Prada di Milano si ha l’impressione che tutto sia stato semplice. Semplice assemblare centinaia di grandi opere d’arte tra dipinti, sculture, disegni, fotografie, manifesti, arredi, progetti e modelli architettonici. Semplice distribuirle così brillantemente negli spazi espositivi. Semplice persino che un’iniziativa dedicata agli anni controversi tra le due guerre mondiali sia da tutti celebrata senza strascichi polemici. E questo in un periodo come l’attuale dove basta niente, soprattutto in materia di fascismo/antifascismo, per suscitare violenti scontri tra opposte ideologie che a cascata investono poi i media e l’intero Paese. Ma questo risultato proprio semplice non deve essere stato: il suo successo si deve piuttosto ad un lavoro scientifico profondo e intelligente (la mostra è curata da Germano Celant) che ha dato vita ad  un evento inattaccabile. Non è una esposizione sul fascismo, ma un viaggio affascinante sul sistema dell’arte e della cultura in Italia durante il fascismo. L’idea chiave è quella di inserire le opere d’arte per lo più futuriste nel contesto spaziale, sociale e politico in cui sono nate e in cui sono state proposte al pubblico di allora. L’indagine è svolta in collaborazione con archivi, fondazioni, musei, biblioteche e raccolte private. L’allestimento, firmato dallo Studio 2×4 di New York, fa rivivere il dialogo tra i capolavori e la società dell’epoca. Accanto alle opere ci sono infatti i rendering che mostrano come erano collocate nei loro spazi originali. Gli artisti sono calibri come Giacomo Balla, Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Filippo de Pisis, Arturo Martini, Fausto Melotti, Giorgio Morandi, Scipione, Gino Severini, Mario Sironi, Arturo Tosi, Adolfo Wildt e altri ancora. Da visitare. Meritano un dieci anche gli spazi ex industriali della Fondazione Prada. Ma soprattutto merita un giudizio cum laude la capacità di sollevarsi dalle banali contese che subiamo ormai un giorno sì e l’altro pure, e guardarle con la sufficienza che meritano.

Cinzia Messori

Museo d’arte contemporanea a Milano: si o no?

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Il museo d’arte contemporanea a Milano poi non si è più fatto. Il progetto dell’archistar Daniel Libeskind, voluto da Letizia Moratti, non ha mai visto la luce. È stato cancellato da un altro architetto famoso, Stefano Boeri, quando era assessore alla cultura di Pisapia. Troppo dispendioso? Sì, secondo la Giunta arancione. Libeskind non l’ha mai mandata giù e oggi torna alla carica. L’occasione è la presentazione del suo grattacielo a Citylife, il Curvo, come è ormai chiamato da tutti, che sarà pronto per Natale e affiancherà le due torri di Isozaki/Maffei e Hadid. Per Libeskind il museo si farà, perché l’area di Citylife, oggi cruciale polo multifunzionale di Milano, manca di un’anima culturale. Il progettista non si limita a sottolineare questa lacuna, per lui assai grave, ma parla anche del futuro museo del design che dovrebbe sorgere nel padiglione liberty di piazza Sei Febbraio. Ecco, lui pensa che servirebbero una struttura nuova (progettata da lui?) e uno spirito più cosmopolita, di apertura al mondo. Insomma basta con le istituzioni culturali concentrate sul proprio ombelico. Una frecciata a Boeri e alla sua Triennale. Ma la questione non è secondaria. A Milano serve o no un museo d’arte contemporanea? In questi anni, forse proprio per sopperire al vuoto, sono nate istituzioni importanti, dalla Fondazione Prada all’Hangar Bicocca, da Base Milano allo stesso Pac. Per parlare solo delle realtà più grandi. Poi ci sono una miriade di spazi espositivi, temporanei e permanenti, che si sono affacciati sul panorama culturale e artistico metropolitano vivacizzandolo. L’idea di un grande museo è superata? Sarebbe meglio avere più spazi diffusi? Il dibattito è aperto.

Milano Rocks, arrivano gli Imagine Dragons

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È già fitto di star internazionali il nuovo festival Milano Rocks che si terrà il prossimo settembre all’Open Air Theatre – Experience Milano, nell’area di Expo 2015. I primissimi nomi ad essere annunciati sono stati i The National e i Thirty Seconds to Mars (previsti rispettivamente venerdì 7 e sabato 8 settembre). Oggi la notizia che elettrizzerà tantissimi fans: tornano in Italia, proprio al Milano Rocks, gli Imagine Dragons, band tra le più forti del panorama musicale contemporaneo. Il 6 settembre li potremo ascoltare dal vivo nell’unica data italiana. Evolve, l’ultimo album del gruppo di Las Vegas, ha già conquistato due Dischi di Platino grazie ai singoli Thunder e soprattutto Whatever It Takes, da mesi tra i brani più trasmessi dalle radio italiane. La band di Dan Reynolds, del chitarrista Wayne Sermon, del bassista Ben McKee e del batterista Daniel Platzman aggiunge un tassello formidabile al cast di Milano Rocks e aumenta l’appeal di Milano come luogo di attrazione per i campioni mondiali del rock . It’s Time, Radioactive, Demons, On the Top of the World, I Bet My Life: sono le hit rock che hanno trascinato il successo degli Imagine Dragons. Ma al concerto le sorprese non mancheranno. Appuntamento a settembre. E Milano va su.

Anche le case votano

Che cosa è stata negli ultimi anni la casa per gli Italiani? Da investimento sicuro e simbolo di raggiunta tranquillità ad incubo senza fine per via della tassazione selvaggia che da Monti in avanti ha messo ko i bilanci familiari e l’intero settore immobiliare. L’Imu in particolare è stata la metafora delle montagne russe su cui ci siamo trovati durante la crisi, un continuo “su e giù” che ha generato instabilità. Non parliamo poi delle seconde case, dove l’imposta ha raggiunto livelli pazzeschi, come se lo sventurato erede di una stamberga in un paesino degli Appennini fosse il rampollo di una dynasty di miliardari, una specie di Donald Trump di casa nostra. Aliquote dissennate, anche su negozi e capannoni, e calo del valore degli immobili (immobili che non si riescono a vendere e sui quali si deve continuare a pagare) sono un dramma enorme. Se ne parla finalmente, come dimostra il manifesto con le dieci proposte per il rilancio del settore immobiliare firmato dalle organizzazioni rappresentative del comparto. Rimandiamo all’articolo di Dario Tiengo che ha intervistato i protagonisti dell’iniziativa: http://www.tribunapoliticaweb.it/economia/esclusiva-edilizia-spaziani-testa-10-punti-per-rilanciogibiino-azzerare-le-patrimonialirighi-tasse-troppo-alte-81831.html. Le elezioni sono alle porte e forse il disperato Sos degli Italiani sarà intercettato. Ma intanto le tasche sono vuote e l’edilizia in ginocchio.

Pd europeista o no? Boh

Pd europeista o no? Dovrebbe decidersi, perché i messaggi sono contraddittori. Un esempio di oggi? Tutti felici e contenti: entra in vigore l’obbligo di indicare sulle etichette l’origine della materia prima per il riso e per la pasta. Coldiretti esulta e organizza il Pasta Day. Entusiasti naturalmente anche Martina e Calenda. Ma c’è un ma. Questa battaglia, tuonano, va combattuta anche in Europa. Bruxelles viaggia col freno a mano tirato: l’eccellenza italiana non va proprio giù all’Ue. Martina minaccia: il Governo voterà No in sede di comitato (quello che deve esprimersi a Bruxelles). Sorvoliamo sul fatto che l’Italia in Europa conta zero, balza all’occhio una sorta di incoerenza nel linguaggio, una illogicità che riguarda l’ambito della comunicazione. ll Pd vuole più Europa o meno Europa? “Vota l’Europa, scegli il Pd” recitano i manifesti elettorali, rigorosamente di colore blu. Ma gli Italiani non sembrano contenti del trattamento che ricevono dalla Ue. Quindi Martina & C. si barcamenano, ondeggiano, un po’ con l’Europa un po’ no, d’accordo ma mica tanto, un po’ di qua e un po’ di là. Sull’altro fronte invece il messaggio risulta chiaro, non solo Salvini e Meloni, ma anche Berlusconi non le manda a dire. Temi secondari, certo, ma la sinistra non comunica più come una volta. Chissà perché.

Gillo Dorfles: “Milano? Non vedo tutto questo slancio”

E’ passato un po’ in sordina l’incredibile racconto che Gillo Dorfles ci ha regalato domenica scorsa dalle pagine del Corriere della Sera. Una corsa a perdifiato dall’infanzia triestina fino ad oggi: 108 anni inimitabili, vissuti intensamente, con genialità e un’ironia che non lo abbandona. Un tempo lunghissimo, dalla nascita a Trieste (suddito di Francesco Giuseppe!) alla vita odierna nella sua Milano, la città che ha scelto come palcoscenico della sua attività di intellettuale e artista. In famiglia la bisnonna gli raccontava delle Cinque Giornate di Milano che lei aveva vissuto in presa diretta, fuori dalle mura domestiche ha frequentato i più grandi letterati e musicisti del Novecento, Svevo, Saba, Montale, Toscanini e con ognuno di loro ha intrecciato scampoli di vita pubblica e privata, basti pensare che fu Toscanini ad accompagnare all’altare sua moglie Lalla. Il racconto è scarno e leggero, non ha niente di enfatico. Anche quando parla della delusione per la Milano di oggi è semplice e diretto: “Tutto questo slancio, chiedo scusa, non lo vedo”. Milano è stata la capitale del design e della grande editoria, oggi non si vedono protagonisti all’orizzonte. E’ una valutazione che contrasta con l’epopea a cui siamo abituati soprattutto dopo Expo. Forse si è esagerato un po’ con il Rinascimento di Milano. Dorfles lo fa capire. Anche se la sua punzecchiatura non ha fatto granché rumore. Sembra che pochi se ne siano accorti. Solo distrazione?

Beltrami Gadola, l’ultimo illuminista: via l’Anac

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Gli spazi della ragione, si sa, purtroppo sono sempre meno frequentati. Uno dei rari abitanti delle alture si è però palesato ieri: Luca Beltrami Gadola. Architetto coi fiocchi, pensiero critico di sinistra, expo-scettico, Navigli-critico, candidato sfiorato alla successione di Pisapia. Ieri a Milano ha detto chiaro e tondo che l’Anac, adorata dalla sinistra milanese come nemmeno Francesco Guccini, è una anomalia, una cosa che non dovrebbe esistere in un Paese normale. Diamine, che succede? Gadola come le destre? Ma no, via. Gadola come la Costituzione: di Magistratura ne basta una “quando non è d’avanzo”, aggiungerebbe Manzoni. Se sono due (e l’Anac è molto simile una para-magistratura), finiscono per litigare o per confondere il diritto. Fresco, chiaro, Recoaro. L’Anac, creatura di Renzi, non è servita solo a lui, ma a tanti. Oggi il vento gira, e vedrete che il coro cambierà canzone: vai con la hit “We don’t need no Anac”. Prima o poi persino Cantone considererà esaurito il suo compito, c’è da scommetterci. A Gadola però va riconosciuto il primo acuto a sinistra. Dal regno dei Lumi.